Non capisci il gergo del marketing?
Se non lavori nel settore della comunicazione, è perfettamente normale sentirti spaesatə davanti a un piano marketing, una proposta creativa o un preventivo per il nuovo sito. Ci sono termini in inglese, acronimi, concetti che, per chi non li usa ogni giorno, suonano come una lingua straniera.
Pensa a quando parli con avvocatə, architettə o medici: usano parole che per loro sono ovvie, ma per chi ascolta richiedono una traduzione. Con la comunicazione funziona allo stesso modo. Solo che, a differenza di un colloquio con l’avvocatə, qui difficilmente si fanno domande.
Il problema nella comunicazione non è solo il linguaggio
Che non sia il tuo mestiere è un dato di fatto e va bene così. Non è questo il problema.
È che a volte dall’altra parte ci sono persone che i paroloni li usano proprio per sembrare competenti, sapendo che chi ascolta non ha gli strumenti per smontarlə. Slide bellissime, presentazioni piene di “strategia omnichannel” e “customer journey mapping” e poi, quando vai a vedere il lavoro concreto o i risultati, c’è poco o nulla.
Mi è capitato di rivedere un progetto di rebranding che sulla carta sembrava perfetto. Presentazione impeccabile, parole d’ordine come “valorizzazione del brand” e “posizionamento strategico“… Peccato che il logo fosse poco leggibile, i colori risultavano dissonanti con quel settore e il sito era lentissimo. Il cliente non se n’era accorto, si era fidato delle parole, delle slide, “dell’aria” di chi sapeva quello che faceva. Insomma non aveva gli strumenti per guardare oltre quel “bellissimo contenitore”.
E non era colpa sua.
Fidarsi è bene, anzi è raccomandabile, ma non basta
Moltə si affidano al passaparola: “Me l’ha consigliato unə amicə, quindi dev’essere bravə.” Ed è un punto di partenza ragionevole, il problema è che ogni progetto è diverso. Obiettivi diversi, tempi diversi, budget diversi. Quello che ha funzionato per qualcunə non è una garanzia che funzioni anche per te.
Come capire se dietro le parole c’è sostanza
Non serve diventare espertə di comunicazione. Serve sapere dove guardare, oppure avere qualcunə che lo faccia con te.
Ecco alcune “buone pratiche” che puoi sperimentare fin da subito:
- Chiedi esempi concreti. Non “hai un portfolio?” ma “hai lavorato su progetti simili al mio? Cosa voleva raggiungere il cliente, cosa è successo?”;
- Collega ogni proposta al tuo obiettivo. Se ti parlano di una “tattica”, fermati e chiedi: “Come mi aiuta a raggiungere quello che voglio?” Se la risposta è vaga, è già un segnale;
- Pretendi chiarezza su tempi e costi. Preventivi “a corpo” senza dettaglio, scadenze “indicative”, frasi come “dipende da molti fattori”, sono tutti campanelli d’allarme. Perché è vero che alcune cose dipendono da molti fattori… ma questi fattori quali sono? Chi parla con cognizione di causa, te li elenca e te li dettaglia;
- Ascolta come spiegano. Chi sa davvero quello che fa riesce a spiegarlo in modo semplice. Chi si nasconde dietro i tecnicismi spesso lo fa perché non può permettersi la chiarezza.
Perché serve qualcunə che conosca il settore della comunicazione dall’interno
Ogni professionistə ha la propria expertise: tu nel tuo ambito, io nel mio. Il mio lavoro è stare nel mezzo: tradurre il linguaggio della comunicazione in parole che abbiano senso per te, aiutarti a capire se chi hai davanti è davvero la persona giusta per il tuo progetto, evitare che tu perda tempo e denaro in collaborazioni che non funzioneranno.
Per darti degli strumenti concreti, per scegliere con più consapevolezza.
Orientarsi non significa diventare espertə di comunicazione
Significa avere le chiavi per leggere quello che ti propongono, anche quando è scritto in “agenzese“.
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🎧 Preferisci ascoltare? Nella prima puntata del mio podcast Facile a Dirsi ti spiego alcuni dei termini più usati (e abusati) da agenzie di comunicazione e freelance, con esempi concreti e cinque cose da fare subito quando ti trovi davanti a una proposta in “agenzese”.